Homepage

Il 14 dicembre a Pogno!

 

Grazie alla giornalista Luisella Mazzetti

Il 15 ottobre alle ore 21:00, presso la Sala degli Stemmi del Comune di Gozzano, Veronica Petinardi in collaborazione con la Compagnia delle Chiacchiere presenterà il suo libro “Hodobo, una volta c’era la chat”.

La presentazione si svolgerà in occasione della "Settimana del libro" organizzata dal comune di Gozzano, Assessorato alla cultura, e la Biblioteca Pubblica A. Mazzetti nei giorni dall'11 al 19 ottobre 2013. Al termine delle presentazioni tisane offerte dall'erboristeria "Erba Medica" e l'occasione di visitare la Mostra mercato del libro antico e d'epoca.

 

HODOBO, una volta c'era la chat

 

 

 

Il mondo delle chat è il filtro attraverso il quale Veronica Petinardi “spia” la vita di alcuni giovani di pochi anni fa, prima dell’avvento massiccio dei social network nell’esistenza ordinaria di molti. Il romanzo si snoda tra le battiture dei protagonisti, o meglio dei loro avatar virtuali, in chat e la loro vita reale, in un continuo intreccio su cui l’autrice si diverte a giocare con il lettore. Spesso infatti alla descrizione di una persona reale, si unisce solo dopo qualche capitolo la sua componente sul web, dando così una nuova dimensione al giovane in questione. Elementi positivi e negativi di questa doppia vita di ciascuno dei protagonisti del romanzo, che fra l’altro induce a riflettere sulle ragioni di condurre una ricerca del partner, di un’amicizia o anche solo di una conoscenza superficiale on line, si racchiudono poi nel capitolo finale del volume con una netta prevalenza del reale sul virtuale, anche se il giudizio che traspare non è poi così netto.

 

Miriam Rossi Youcanprint

Grazie Google!

Google è sempre un passo davanti a te; sarà stato pure usato come slogan pubblicitario, ma a me  è successo.

Ho preparato la copertina del mio libro, prossimo all'uscita. Non sono egocentrica, presuntuosa, sono un'emerita emergente sconosciuta che si sta preparando al grande giorno. Non avevo intenzione di fare una specie di contdown come i grandi scrittori, tipo Saviano (anche volendo la data precisa non la so), mi sono soltanto preparata quella copertina nel mio sito... ho messo le mani avanti nel web e, lo riconosco, piuttosto maldestramente.

Ero convinta che dal sito non si potesse prelevare niente. Sbagliato! Tra tutte le mie foto, che ho postato su facebook, twitter o il mio blog, Google ha preso quella e l'ha pubblicata tra le immagini. La mia prima reazione: panico totale. "Non sono seria, ma come faccio!?". Ho cominciato a cliccare a destra e a manca, ma senza grandi risultati. Era notte fonda e la mia telefonata all'incaricata alla cura dell'immagine ha prodotto una risposta scontata: "Ma tu di notte di solito non scrivevi? Io dormo." Sì, infatti, normalmente è così; quella pausa girando per internet non è stata una buona idea. Allora ho optato per dormire, di solito è quello che faccio quando devo risolvere un problema, piccolo  o grande che sia.

Così, con la nuova luce del giorno mi sono detta: "Ma chissà, grazie Google!"

 

Game Over

di Veronica Petinardi

Cascina Macondo, Scritturalia - domenica 3 febbraio 2013

 

 

Sei maschio o femmina? Questa è la domanda dietro alla sigla “mof”. M oppure F: rispondi e il gioco può cominciare. Sì, perché di questo si tratta. Di un gioco! Non ce la raccontiamo, per favore, questa smania dell’amicizia, di scambio di idee, di conoscenza reciproca. Lo scopo è unico, il gioco. Parliamo di Internet, certo, del web, del cosiddetto mondo parallelo. E di noi tutti che ci navighiamo  dentro. Ancora prima di Cameron sapevamo benissimo cosa significhi essere un Avatar. Ok, va bene, mi spiego meglio.

Io, giocatore, sono seduto al calduccio a casa mia, fuori piove, che umidità! Arriva perfino nelle ossa, se esci. Io avrei ben altre idee su come passare un pomeriggio così triste. Qua, dentro casa mia, con un bel fuoco che scoppietta, che emana calore, chi ha voglia di uscire? Mi sento solo con il mio solito PC a farmi compagnia. Se sono stato abbandonato, se ho litigato di brutto con la mia ragazza, poco importa. Voglio una distrazione, una a mio piacimento, una che non litighi, una che sia lì pronta e mi attizzi. Cosa ci vorrà mai, l’universo del web è così vasto, ci sarà pure una tizia da qualche parte che io mi possa pigliare per oggi pomeriggio senza spostarmi dalla mia comodissima poltrona! È semplicissimo, vado nella chat. Non è un’operazione complicatissima, davvero, ci si arriva con una facilità quasi assurda.  Assurda…

Come la litigata di oggi, ma perché è nata stavolta? Lei voleva andare a tutti costi in montagna, un viaggio con una strada tortuosa per arrivare lì in cima. «Va bene» le dicevo «capisco come sia bella la vista da lì, sì ti ascolto, ti fa sentire onnipotente guardare da lì in alta quota, se sei fortunata però, e non trovi la vista ostacolata da un sacco di nuvole» e lei intanto continuava a insistere su come sia bello farsi un giro in montagna! Io continuavo a non capire: «Ma ti rendi conto di com’è alto? Andare fin lì e per che cosa poi? Per una registrazione di un programma televisivo di cucina?»    

Fino a lì ero tranquillo, a tratti direi ironico. Forse quello la irritava, ma io sono così, non mi va di prendere sempre tutto così seriamente. Specialmente se si tratta di una situazione scomoda, dalla quale mi devo svincolare, possibilmente senza grossi investimenti d’energia.  Lei invece continuava a provocarmi convinta che così mi sarei deciso ad arrampicarmi sulle montagne.

«Mica vorrai stare qui ad ammuffire tutto il giorno?» domandava per finta e poi: «Domani di nuovo al lavoro e tu davvero pensi che io abbia voglia di passare la domenica così?».

«No» cercavo di usare ancora un tono tranquillo «è tutta la settimana che ci penso a un’idea del genere, mettermi al volante a fare le serpentine, per di più ghiacciate.». Fu circa qui che il suo umore cambiò e il tono di voce aumentò di qualche ottava.  «Tu non mi capisci, non mi vuoi mai accontentare!».

«Ti sei ammattita.» ero rimasto bloccato davanti al suo “mai” e cercavo di difendermi «Che c’entra, perché ci dobbiamo andare insomma?».

«Come al solito non mi ascolti, te l’ho già spie-ga-to!» le parole le scandiva urlando ormai. «Ho avuto una dritta dalla cugina di Erica, che lavora con me! »

Certo, chi non conosce Erica? Per dimostrarle di avere presente benissimo quella sua cosiddetta dritta le avevo chiesto molto semplicemente: «E cosa ci sarà da capire, dimmi, cosa ci sarà di tanto straordinariamente bello nell’andare a vedere quattro stupidi aggirarsi attorno ai fornelli mentre tu ti congeli in alta quota?» per confermare di sapere il fatto mio. 

Lei sbuffava e forse pensava che mi avrebbe smosso degradando il mio senso per l’alimentazione sbrigativa. «Certo, perché a te basta schiaffare un hamburger con un pezzo di formaggio sopra e tutto lì il tuo interesse per il cibo!». Mi stava proprio sottovalutando. «Guarda che la pastasciutta la so fare anch’io.». Avevo provato a guadagnare un po’ di terreno. 

«Se, se … ti vorrei vedere, con la neve che ti va addosso per esempio, come te la caveresti eh? Tu, che cucini, certo!». Si sentiva vittoriosa lei. Invece a quel punto era pronta per il mio colpo finale. «Per cucinare, io, non ho bisogno di andare al monte cucuzzolo a farmi filmare, puoi vedermi anche qui dentro.» così le avevo detto, allargando le braccia e mostrandole lo spazio che circondava me e la poltrona, poi avevo acceso la tv per decretare la mia decisione di non scendere neanche dal mio divano.

Lei aveva capito. Prima mi aveva urlato dietro: «Non ho voglia di stare sempre qui dentro, devo uscire, ho bisogno di ossigeno, e poi un’occasione come questa non capita tutti giorni!» poi aveva sbattuto la porta.

 

M o F, arriva il mio primo foglio bianco sulla schermata del PC. Rispondo subito: «Sì, sono maschio» e penso “femminucce mettetevi sotto!” Il foglio sparisce. Probabilmente era un maschio anche lui.  Arrivano tanti altri inviti.  Questo metodo è più sbrigativo, uno si presenta in una veste anonima, nel senso che non si è registrato. Serve come un assaggino. Per vedere che aria tira. L’offerta insomma. Di chi oggi è in rete.

Ogni chat ha le sue regole, ha i suoi frequentatori, ospiti casuali. Io vengo ogni  tanto.  La mia ragazza lo sapeva, anche per questo motivo tempo fa c’era stata una litigata, un'altra. Penso fosse più che altro una manifestazione di gelosia che io avevo troncato subito, dichiarandole che il computer non m’interessava più del tanto, quella importante era lei e poi, se ci teneva tanto, io non ci sarei più entrato, ed era finita lì.

Per stare bene con le ragazze bisogna salvarsi come si può. Un mio amico per andare a seguire la sua squadra del cuore faceva ammalare sua nonna. Capite, la domenica andare a tifare allo stadio invece di vedere una mostra di arte contemporanea? Per una fidanzata è una scelta incomprensibile: “L’arte è per tutti, il calcio solo per chi piace!” L’argomentazione era tutta al femminile, certo, e il mio amico doveva all’ultimo momento correre dalla nonna.

Insomma la verità è che io chatto eccome. Ho anche un nick, quel nomignolo che uno s’inventa tramite il quale s’identifica e mostra la parte migliore di sé. Sì, questo è l’Avatar di cui parlavo. Un” io” come mi vorrei. Uno appetibile per le donne che non si avventurano per le montagne e trovano l’arte anche dentro le mie castronate, quelle che m’invento per sembrare più bello. No, mi correggo, per sentirmi più bello. Non che io sia uno da buttare via, ma come si dovrebbe sentire uno che non è stato preferito a quegli spadellatori sotto la neve?  Ho bisogno di ricaricarmi l’autostima, ho bisogno di sentirmi desiderato, voluto a tal punto che quella femmina là, dietro lo schermo, sbavi a mille. Devo sentire tutta la sua smania di volermi conoscere.

Certo, perché noi maschietti non siamo tanto complicati. O meglio, non siamo noi a complicare la vita a voi femmine. Siete voi che non volete accettare che a noi bastino quelle due o tre cosette con le quali viviamo un’esistenza appagante. Siete voi che dovete farvi STAR davanti alle amiche, avendo il più figo, il più forte, il più intelligente, il più capace, sì, l’astronauta! Se scendeste tranquillamente per terra, stareste molto meglio. Senza queste vostre invenzioni fantasiose che vi fanno decollare così in alto e con le quali poi vi fate solo male, quando cascate giù davanti al vostro sempliciotto. Uno poi si sente obbligato ad andarsi a inventare il meglio che volete voi!

Accidenti, sì, in rete è arrivata una che si è descritta come fosse una gnocca, notate bene, è domenica.

“Che cosa fai tutta sola soletta?“

“Piove” dice lei.

“Quindi sei vicina”.

“Dipende” fa lei spiccia.

“Io mi avvicino in un baleno”. Butto un amo molto semplicemente. Che sia chiaro, anche se il suo nick è Desiree, il suo meglio di sé è assolutamente attraente, ed io sono solo, l’unica cosa che m’interessa è che il suo sbavare virtuale arrivi da me, qui, nel mio calduccio, senza che io faccia un passo molto impegnativo verso la sua direzione.  Come ho detto è solo un gioco, poi in tv non danno un granché e lo sportivo fanatico è il mio amico.

Ok, qual è la mia posta in gioco? Il mio Avatar è appetibile, naturalmente. Vediamo, cosa potrebbe desiderare una ragazza sola una domenica piovosa? Non c’è bisogno di andare a inventarsi chissà che, se di divertimento si tratta. Per essere all’altezza delle aspettative di voi ragazze basta una prova, ovvero che un’altra come te io la ascolto eccome.

“Ti piace la buona cucina?” le mando la mia domanda.

“Tu sai cucinare?”

“Ci sono tanti chef maschi.” tengo quel tasto ben stretto.

“Sei uno chef?” domanda lei.

“No, è un mio hobby.” rispondo per non esagerare. 

“Sentiamo, cosa mi proporresti?” lei forse si è incuriosita.

“Ho una nuova ricetta.” Cerco di guadagnare tempo e intanto spulcio le ricette su Google: un sito, un certo Zafferano.

“E dai.” tiene la corda stretta, lei.

“Hai delle preferenze sugli ingredienti?” scrivo io e mi rendo conto che dovrò presto tirare fuori un asso dalla manica.

“No, stupiscimi.”

“Che ne dici del coniglio brasato?”

“Mai sentito.” risponde lei ed io so di aver colpito nel segno.

“T’interessa?” le chiedo per avere conferma.

“Vediamo come te la cavi.” risponde lei.

Non faccio copia e incolla, non sono così sfrontato. Le racconto a piccoli passi come si prepara la marinata del coniglio, che ho trovato quasi per disperazione. Le descrivo come metto la pancetta all’interno della carne, nelle piccole incisioni, e come poi il coniglio vada a riposo, affogato completamente nel vino.

Quando arrivo alla preparazione delle verdurine tagliuzzate, e scelte secondo le sue indicazioni, lei è già in una piccola estasi per l’essere il centro della mia ricetta, divenuta così veramente speciale come le avevo promesso.  L’olio extra vergine sfrigola nella padella, dapprima con le sue verdurine e poi aggiungo i miei aromi sui quali naturalmente io non transigo, giusto per mantenere la mia importanza di chef. 

Lei è tutta contenta e: ”Quand’è che sarà pronto?” domanda.  Insomma, me la cucinavo per bene.

Nota d’autore: Come odiavo i finali aperti. Pensavo che quando si gioca, vabbè, non sempre si sa come finirà, allora eccovi due finali a scelta:

 

Finale numero 1:

«Ah, è per questo che volevi poltrire, complimenti!».

L’aria è letteralmente invasa dall’urlo della mia ragazza che è entrata nella stanza sorprendendomi tutto preso a chattare, tanto che non ho sentito la porta aprirsi. Lo schermo è tutto pieno di faccine sorridenti e cuoricini lampeggianti.

«Tu - con - me - hai - finito!»

È perché abbiamo già litigato troppo, questa domenica la nostra storia è veramente finita, stavolta per colpa di un gioco.

 

Finale numero 2:

Sullo schermo finalmente arriva la proposta della mia lei:

“Incontriamoci.” e mentre penso a come risolvere, suona il mio cellulare.

«Pronto!»

«Scusi, parlo con il signor Paolo?»

«Sì, chi parla?»

«Le telefono dall’Ospedale Maggiore, dovrebbe venire qua, la ragazza ha detto di avvisare lei.».

«Cosa?» chiedo con un ponte levatoio dentro l’aorta.

«Si tratta della signorina Elena Franchini, ha avuto un incidente e deve essere operata, mi ha chiesto di avvisarla, è l’unico Paolo che ho trovato nella rubrica della ragazza.».

Non mi schiodo dal divano, parto come un razzo, forse l’unica cosa che faccio prima di volare fuori di casa è schiacciare il pulsante sul PC, quello del game over.

 

Non vi è piaciuto? Allora ancora uno, ma è l’ultimo.

Ricordate quando ho detto che lo scopo preciso della chat è un gioco? E se a giocare fosse invece l’altra persona, quella che Paolo ha incontrato in rete? E se Paolo volesse credere, o fosse davvero convinto, che quella bella gnocca sia una lei?

Fuori ha smesso di piovere da un bel po’ e l’invito di Desiree per incontrarsi è troppo allettante, Paolo non resiste e decide di uscire per vederla dal vivo. D'altronde quella cucinata è arrivata al punto giusto di cottura e la tizia conferma che ha smesso di piovere pure da lei. Per questo, chiarita la poca distanza fra i due collegamenti, maggiore sarà stata l’attrattiva per un immediato appuntamento.

Solo che qui siamo al bivio. Mi sono impanata pure io nel finale aperto, se non vi andasse nessuno dei primi due finali proposti, allora decidete voi se all’appuntamento è arrivato un brutto ceffo di maschietto, oppure la fidanzata incazzata che in verità non è mai partita per la montagna

Tra le righe

Ho ricevuto un altro invito ad un evento, uno dei tanti, sì. Facebook prolifera di eventi, tanti sono lontanissimi da dove mi trovo, alcuni non sono interessanti.

Uno dei pochi a cui ho partecipato e stato l’ultimo festival della piccola e media editoria indipendente “Tra le righe” che si è svolta a Cinisello Balsamo nei giorni dal 22 al 24 febbraio 2013.

Una “miniTorino”,  mi aspettavo,  l’editoria indipendente, quella che vuole, giustamente, decollare, mi dicevo.

Innanzitutto voglio parlare del trio che ha catturato la mia attenzione in positivo.  Il primo è stato l’editore “Carta canta” di Forlì, e non perché fosse praticamente all’entrata del padiglione, ma perché semplicemente accoglieva chi passava davanti al suo stand e presentava la sua casa editrice e i titoli in esposizione, il tutto condito da cordialità, sorrisi e qualche battuta. Ho ricevuto il dépliant essenziale e chiaro.

La seconda gradita sorpresa è stata Elettra Groppo, rappresentatrice della  casa editrice “Elmi’s World” e “Faligi Editore”.  Assolutamente professionale, cordiale, molto gentile e disponibile. Oltre al dépliant ha condiviso la sua esperienza come autrice e come editore. La ringrazio per la sua presenza al festival e le auguro il meglio per il suo lavoro/passione.

Il trio vincente finisce con “Libro Aperto”, casa editrice giovanissima, nata appena da un anno ma presente tanto su Facebook. Hanno elencato le loro ulteriori presenze alle fiere e i loro progetti futuri. La voglia di fare c’è, entusiasmo e volontà di emergere. Non nascondo che ho ricevuto ben volentieri l’aperitivo, ma oltre le qualità elencate, c’era l’atmosfera e di conseguenza un pienone davanti al loro banco. Due ragazze si alternavano per fare le pubbliche relazioni, brave!

 

Questa mia curiosità è stata appagata anche dal lato negativo, dal mio punto di vista naturalmente. Vedere chi veicola con l’entusiasmo il proprio futuro è ovviamente d’aiuto per il proprio ottimismo, ma osservare chi, sotto lo slogan “editoria indipendente”, dorme, fa aumentare di parecchio la stima di sé  per aver trovato chi sta fuori luogo in un posto del genere.  Di certo si capiscono gli errori evitabili e si ha la spiegazione del perché si legge poco.  Non so se giustificheranno lo sconto fiera a chi compera i libri, ma non mi danno per niente senso di serietà i panini rimpinzati appena dietro i libri esposti, poca voglia di rispondere alle domande,  ignorare i passanti per altre attività dietro il banco, poco attinenti alla fiera. Scusate, ma alcune esposizioni sembravano, più che un festival o una fiera, come si vuol chiamare, un mercatino di Natale di hobbysti, con tutto il rispetto per chi coltiva un hobby.

Ad ogni modo, grazie al trio sopracitato, niente è perduto, c’è ancora chi prende sul serio quello che fa. In bocca al lupo/non lettori!

                                                                                        Veronica Petinardi

 

 

 

L’OVEST

L’OVEST, dietro la cortina di ferro esisteva un sogno.

 

di Veronica Petinardi

 

La sala è piena zeppa e non di certo per l’oratore, a quanto si dice dovrebbe essere una donna non più giovane e per di più sconosciuta. Nessuno sa da dove venga e che esperienze abbia avuto, però dietro a questo giro di conferenze c’è la “Firstpromotion”, l’agenzia pubblicitaria; quella, come invece sanno tutti, quando mette le mani dentro la pasta la fa lievitare. Per questo nessuno bada tanto a chi sia la tipa sconosciuta, ma forse di più a cosa mai avrà da dire sull’Ovest, come indica il cartello all’entrata.

Il girone è cominciato ieri pomeriggio, erano presenti dei personaggi dal mondo editoriale e le riprese erano state girate dalla troupe cinematografica di una giovane regista, della quale si perdeva sempre il nome. Si sa per certo che lei ha preso un premio, ma anche di quello non si ricorda nessuno quale sia, però si sa che, all’ultimo festival di Venezia, il film documentario dal titolo “Chi ha imparato dal passato?” è stato un successo. Il suo reportage dell’inaugurazione delle conferenze era stato trasmesso subito nel tg serale, ed è di questo che si spettegola in platea.

Ora i tre cameraman della troupe sono già nella postazione, uno sta parlando con la giovane regista; sanno tutti che è lei e per questo attorno a loro regna un silenzio di rispetto o di timore. Gli altri due operatori sono a una distanza notevole ma, immersi in un chiacchiericcio diffuso, sono pronti a riprendere sia il pubblico sia il palco.

Il brusio riempie l’attesa della seconda giornata, che poi con il pubblico è la prima. Ieri si trattava di conferenze stampa, dove si spiegava questo legame del passato con il contemporaneo ponendo la domanda: “Come siamo cresciuti noi dall’altra parte del mondo?”. Si è spiegato che le conferenze saranno formate da letture di vari racconti, semplici e provenienti da diversi paesi, testimoniando così i percorsi di esperienze insolite. I racconti saranno divisi per punti cardinali come destinazione d’arrivo di un popolo o singole persone che viaggiano o espatriano.

La presenza della regista è stata conseguentemente ovvia, perché il suo documentario vincitore è stato collocato da nord a sud come territorio globale. Per di più nel film sono state utilizzate tecniche ormai superate, come dire arcaiche, assimilate ai modi moderni di concepire la regia di oggi; è stato chiaramente applicato il passato per collegarlo al presente. Per due anni la regista, nell’opuscolo si legge finalmente il nome Lidia Gaveroli, ha investito il suo impegno lavorando con attori sconosciuti di tutto il mondo. Il risultato ha prodotto una panoramica sullo spostamento del lavoro, della mano d’opera e la conseguente ripercussione sulla vita delle persone. La Firstpromotion ha dichiarato: “La realtà nella sua pura essenza, con la prospettiva a 360°”.

Anche di questo si parla tra il pubblico, perché tutte queste informazioni sono state stampate sui volantini distribuiti oggi in sala. Il primo racconto nel programma è intitolato “L’Ovest”; se sarà “lieve e insolito” e desterà la curiosità, si vedrà dalle domande finali. Il dubbio è se l’interesse del pubblico sarà catturato dalla storia raccontata, oppure si ridurrà alla voglia di una ripresa per farsi poi notare da qualche parte grazie a Firstpromotion.

Gli spettatori infatti, oltre alla notizia in tv, sono stati attirati per lo più dalla campagna pubblicitaria, veicolata tramite gruppi di musicisti emergenti di varie etnie che si esibivano alternandosi agli spot informativi delle conferenze. Ideato con un linguaggio attuale in forma audiovisiva, lo spot è orientato alla giovane generazione. Infatti, per i dati forniti dall’associazione editori riguardanti il continuo calo di vendite, l’agenzia ha deciso di toccare un punto nevralgico: la regressione dell’interesse per la cultura e la conseguente deconcentrazione della qualità.

Per questo è stata creata l’immagine di un ponte costruito dalla storia, il quale si sta sgretolando a causa dell’ignoranza.

Dei giovani musicisti intonano brani attuali e contemporaneamente vengono proiettati due video. Da una parte scorrono delle opere d’arte di vari generi e paesi, dall’altra il ponte della storia in pessime condizioni. Sul palco arriva un gruppo di persone e tra di loro si passano dei libri. In questo momento la musica cambia, probabilmente appartiene a compositori emergenti. Ora il video rappresenta il ponte, il quale comincia a irrobustirsi con i libri che si trasformano in mattoni.

Appena finita la proiezione di questo spot, sul telone in fondo al palco scorre l’appello rivolto a tutti i giovani destinati a movimenti migratori, affinché non perdano neanche il più piccolo sogno, l’embrione dell’entità di domani, il quale può diventare una realtà importante realizzata grazie ad una conoscenza non statica ma condivisa, confrontata. “Competenza in continuo viaggio” chiude il messaggio insieme alle date delle conferenze. Forse un po’ retorico ma fatto bene, ha provocato, a quanto pare, una curiosità sufficiente.

Il palco ora s’illumina e attaccano le note di una musica, dapprima piano poi più forte; senza essere grandi intenditori si riconosce il passaggio di Ennio Morricone tratto dal film di Sergio Leone “C’era una volta il West”.

Entra lei. La donna sconosciuta è arrivata. Sinceramente viene da pensare perché ci si sarebbe dovuti aspettare una ragazza a parlare del tema “Come siamo cresciuti noi dall’altra parte del mondo?”. A dirla tutta non è certo anziana e neanche male, mostra un bel sorriso. Il suo vestito è molto particolare, quasi audace, fuori da tutti i dettami di moda, mostra un lato di carattere esuberante in netto contrasto con il suo umile inchino. La musica smette di colpo e tutti danno un saluto applaudendo.

«Buon pomeriggio a tutti. Oh, siete tanti!» si rivolge al pubblico e qualcuno si lascia sfuggire una risata.

«Grazie. Anche se qualcuno mi ha detto che so leggere bene io sono un’emerita sconosciuta e per me siete quasi troppi».

Un'altra risatina, quella dei convenevoli.

«Quindi io innanzitutto mi presento: mi chiamo Jana Martelli e sono veramente molto felice per la vostra fiducia nell’agenzia. Per me stessa incrocio le dita, soprattutto per dopo».

Uno sghignazzo, ma ora si sente anche tossire, forse come segno d’impazienza. Jana lo apprende come tale e dice:

«Certo, avete ragione, per arrivare bisogna cominciare. Perciò basta con gli indugi, mi concentrerò sulla lettura di una narrazione che comincia come una fiaba, poiché si tratta di un tempo passatissimo e alcuni episodi mi sono stati a  loro volta raccontati.»

La signora Jana si sposta dietro ad un leggio posto al centro del palco, prima beve un bicchiere d’acqua e poi finalmente comincia a leggere la testimonianza di un viaggio con destinazione Ovest.

 

«Tanto tempo fa, in un paesino del Mitteleuropa, quello che era chiuso dietro la cortina di ferro, esisteva un sogno. Il sogno dell’Ovest. Si diceva che sapeva di buono, di fatto meglio insomma, quindi tutto quello che proveniva dall’Ovest si apprezzava, lo si desiderava.

La conferma di questo stava nell’esistenza dell’Est. Là si produceva tutto nell’ottica del “quello che abbiamo ci basta” e anche se non era bello c’era chi lo faceva piacere per forza. All’uomo però è stata donata la scelta, perché stare stretti nelle imposizioni?

La risposta è arrivata nel possedere quel bene illusorio alla portata di tutti, trasportabile ovunque e visibile da tutti come una dimostrazione di essere arrivati a un traguardo. Un’apparenza, far parte di quelli che se lo possono permettere. Magra e derisoria vista a oggi, dato che si trattava» una pausa «dei jeans».

«Ma dai!» esclama qualcuno dalle prime file, ma lei non si scompone e continua.

«Sono nati a Genova, si sa, ma non si trattava di un abbigliamento di lavoro necessario agli operai nei cantieri navali, là nell’Est era il simbolo di un sogno. Sì, i jeans non si producevano dietro la cortina di ferro, e anche se qualcuno ci aveva provato c’erano stati dei pessimi risultati.

Quelli dell’Ovest, invece, erano tutt’altra faccenda. Cominciando dalla stoffa, si è mai visto produrre cotone da quelle parti? E poi di certi pesi e consistenze! Si riconosceva bene la qualità con la messa a dura prova alla quale si sottoponevano i jeans. Non bastava indossarli e andare in giro per farsi ammirare, dire: “Guardate, ce li ho anch’io!”. Al momento di metterli per la “prima volta” tanti non volevano far notare che i jeans erano di loro proprietà da pochi istanti. Loro, i jeans naturalmente, dovevano comunicare: “Noi su questo corpo ci siamo da un pezzo”. Quindi via all’ingegno per dar loro una patina di vecchio,  anche se il possedimento di questo bene comportava un’impresa di costo elevato. I jeans erano cari, anzi carissimi, provenivano dall’Ovest. Se erano parte di un sogno, come per tutti desideri, realizzarlo era faticoso e vivere all’Est implicava delle complicazioni. Infatti per raggiungere questo scopo esistevano alcuni metodi, diciamo inusuali.»

Stavolta dal fondo sala si sente soffiare nel fazzoletto, qualche bisbiglio.

«Quello più semplice,» continua tranquillamente la signora Jana, consapevole che “lo spettacolo deve continuare” «ma più coraggioso, diciamo, era affrontare un turista proveniente dall’Ovest, per l’appunto, e convincerlo, ovvero “costringerlo” con adeguata persuasione, a smettere il proprio abbigliamento.»

Qualche risata improvvisa interrompe il discorso per un minimo istante, che però basta per far alzare gli occhi di Jana dal foglio di lettura e far percepire a quelli in prima fila, e senz’altro al cameraman che riprende la lettrice da distanza ravvicinata, il rilassamento muscolare nel suo viso. Mentre lei prosegue si nota il tono di voce diventato più morbido.  

«Non mi soffermerò sul divulgare le metodiche passate da una semplice richiesta al pietoso pianto di certe ragazze vogliose di indossare un marchio “Ovest”. Neanche sul compenso espletato.»

Ora si ride per davvero.

«Mettiamola così,» riprende Jana immediatamente «portare sempre la stessa roba come tutti gli altri, insomma fare parte di una specie di college made in Est, alla lunga stufava a tal punto che una qualsiasi bella ragazza si disperava. Tutt’altra faccenda avere i jeans, diversi l’uno dall’altro, e far parte di quelli che se li portavano in giro, tanti eh! Non averli, paragonato ad oggi, significava essere uno “sfigato”.»

Questa volta le risate sono più numerose e dietro le quinte si comincia a pensare nella riuscita di un racconto leggero al posto di noiose conferenze con la palese intenzione di insegnare. Anche il tecnico del mix audio ascolta Jana con attenzione.

«Penso che abbiate sentito in tanti i racconti su come si andava a ragazze dell’Est con le calze di nylon, ma vi assicuro che i jeans erano molto più efficaci, e se non lo avevate sentito chiedetevi il perché.»

Si raggiunge una certa complicità tra Jana e il pubblico, infatti si ride insieme. 

«Il secondo metodo, detto semplicemente “comprarli”, non si praticava in un modo abituale. Non era sinonimo di divertimento ordinario in un centro commerciale chiamato shopping, aveva qualcosa più vicino alla convulsione per possedere a tutti costi un capo d’abbigliamento, paragonabile ad oggi a una ricerca del tipo: “Dov’e che in Italia vendono G star?”»

Silenzio, qualcuno si chiede se questa sia venuta a fare promozione di jeans, perché altrimenti alla sua età come fa a conoscere questo marchio?

«Vero, esistevano anche i negozi che qualche volta vendevano i jeans, quelli veri, quelli fatti bene, con le cuciture doppie fatte con robuste machine Singer e ovviamente un marchio ben stampato. Queste pseudo-botteghe negoziavano la merce con i cosiddetti “buoni”, i quali non erano altro che pseudo-soldi, utilizzabili solo per l’acquisto di merce proveniente dall’Ovest e comprati con la valuta dell’Ovest.

Tornati al punto di partenza, i marchi tedeschi, franchi svizzeri, sterline, franchi francesi e pure i dollari comandavano l’acquisto della loro stessa merce. Anche se, non dimentichiamolo, il territorio era serrato dalla cortina e tale valuta non circolava liberamente, ma esisteva comunque nel paese sprovvisto del bene autotrasportabile-barra-indossabile. Un circolo vizioso.

C’erano i già menzionati turisti, loro provvedevano a fare il cambio per la valuta corrente non solo nelle banche come ente ufficiale, ma anche da tanti mercanti che operavano in nero, i cosiddetti “scambiatori di valuta”. Un mestiere molto ambito da promettenti ragazzi giovani i quali, in varie forme, provvedevano a realizzare i sogni della plebe, arricchendosi lautamente del piccolo sovraprezzo rispetto allo scambio applicato dalle banche. Acquistare, fare il cambio di valuta dell’Ovest in banca, non era possibile senza l’adeguato permesso. I “buoni”, chiamati “boni”, erano pregiati, mica distribuiti a chiunque. Facevano parte, per esempio, dei pagamenti della diaria per i lavoratori, i pochi fortunati a poter entrare nell’Ovest e a venderli stabilendo il prezzo secondo il quantitativo. 

Insomma o con un turista svestito, o spogliandosi dello stipendio quasi mensile, oppure offerti dai genitori, in qualche maniera i jeans si potevano acquistare. Sì, ma dopo una lunghissima fila durata ore e ore in un giorno individuato da un tam-tam personale, perché non sempre, e certo non tutti i giorni, la merce era disponibile nei negozi che potevano offrire la merce dell’Ovest.»

Jana taglia il silenzio con un intermezzo, beve un sorso d’acqua e prosegue.

«Immagino che vi chiediate il perché di tutta questa attenzione ai jeans ma ci arriverò, promesso.

Finalmente si compravano i jeans agognati e poi» una pausa «andavano immediatamente sfregati, strappati, slavati, buttati addosso a se stessi nel fiumiciattolo, arrotolati tra fango e sabbia, e tanti altri strattagemmi per farli diventare vissuti. Ecco la prova della qualità del materiale e la conferma della resistenza. Il minimo che doveva succedere, e ci stava, era il lamento di un genitore che partecipava oppure sosteneva tutta la spesa. Gli altri capivano, gli altri ammiravano o pensavano solo: “Un giorno ce la farò anch’io”.

I jeans venivano provati davanti allo specchio come prova di un traguardo raggiunto. Qualcuno all’epoca li stirava pure, si trattava di possedere un bene e, anche se apparentemente vissuto, averne cura portava un compiacimento personale. Averli finalmente indossati, per la prima uscita, valeva tutta la sofferenza e ripagava pure la discussione con il genitore; insomma quella soddisfazione non aveva prezzo.

L’ultimo metodo per conquistare i jeans era un viaggio. Certo la gente viaggiava, seppur poco rispetto ad oggi, e appena varcava la frontiera sapeva già dove andare per il famigerato acquisto, ovviamente non solo per uso personale ma anche per amici, parenti e altri probabili acquirenti. Si comprava qualche paio di jeans che fuori, nell’Ovest, con tutti gli scambi di moneta sfavorevoli costavano sempre meno che dietro la cortina. Qui, al ritorno, rappresentavano un rimborso spese, un guadagno e, di certo non per ultimo, la possibilità di fare il rivenditore con il potere di stabilire il prezzo sul mercato. Poi ci si sentiva una specie di benefattore, sì, colui che portava a qualcuno l’avverarsi di un sogno. Piccolo, visto oggi forse ridicolo, ma a quei tempi rappresentava la fine di un percorso difficile, pieno di ostacoli, e superarli aveva il suo fascino.

I Jeans erano la personificazione di un viaggio. Viaggiare nei tempi della cortina di ferro, per shopping o per motivi più nobili, non era comunque una passeggiata. Oggi, quando pianifichiamo un viaggio, la difficoltà sta nella scelta della destinazione, del periodo più adatto per i nostri impegni e, ovviamente, il denaro a disposizione.

Dietro alla cortina di ferro non esisteva la possibilità di questa scelta personale. I soldi erano l’ultimo dei problemi! Quelli si sudavano sì, ma si risparmiava o si lavorava il doppio per poter viaggiare. Era obbligatorio avere il PERMESSO di poterlo fare. Anzi, una serie di permessi. Chi li dava a chi, quando, perché e come?

Li si potevano chiedere una volta ogni quattro anni. Quattro lunghissimi anni a sognare l’Ovest!

Li si potevano ottenere a patto di essere un cittadino modello, il che significava non avere problemi con la giustizia, non avere parenti con problemi di giustizia, impensabile avere un parente che si fosse azzardato ad emigrare e preferibilmente non aver nessuno nelle vicinanze che potesse pensarla diversamente dal potere, il quale decideva se spedirti per un lavoro o un viaggio di piacere all’Ovest.

Tutto documentato e protocollato.

A un cittadino modello, ottenendo il benestare dagli uffici competenti, davano l’ok per una serie di altri documenti, come quello bancario. Ebbene sì, in quell’occasione bisognava avere il permesso di poter scambiare la valuta corrente, sudata per quattro anni a risparmio dal magro stipendio, in banca. Il potere stabiliva che si doveva varcare la frontiera con l’indispensabile in termini monetari occidentali, la quota per una dignitosa sopravvivenza. Insomma, il minimo calcolato veramente come l’elemosina, considerando tutto quello che si doveva, intendeva, comprare. In sostanza lo shopping nel West era in fibrillazione prima della partenza. Per fortuna c‘erano i ragazzi intraprendenti sempre presenti nel centro città pronti a scambiare al mercato nero qualunque cifra, tutta quella degli straordinari, i regali dei genitori, delle nonne e pure le monetine accantonate nei salvadanai.

Superato il passo obbligatorio per l’acquisto del denaro in banca, si aveva il necessario per non far fare una brutta figura al regime ed evitare gli “eccessi” in Occidente.

Si procedeva con altri incartamenti indispensabili per viaggiare. Un anno prima della partenza era necessario  richiedere i visti di transito per i paesi che si intendevano attraversare e, dopo, il visto di soggiorno per il paese di destinazione. Dopo tutti i pagamenti per la burocrazia degli uffici stranieri e tutte le file davanti alle Ambasciate dei vari paesi per richiedere il documento necessario e poi tornare a ritirarlo, si capiva perché c’era bisogno della pausa durata anni per racimolare non solo il necessario in denaro, ma anche in volontà per affrontare tutto questo. Voler vedere questo sogno dell’Ovest a tutti questi costi e fatiche doveva veramente valere tanto, no?».

Altro sorso d’acqua, altra ripresa.

«Superando la cortina di ferro si partiva per L’OCCIDENTE per raggiungere “West and company”, un noto marchio di jeans dell’epoca, nel vero senso della parola. Qualsiasi periodo di tempo trascorso all’Ovest era limitativo per l’esistenza del “tutto e di più”. Un soggiorno non poteva mai colmare la curiosità, far capire il perché di tutta la differenza, nemmeno si potevano gestire gli effetti provocati al viaggiatore.

Per esempio trovarsi in un vero negozio di jeans in occidente faceva girare la testa. Si capiva, perché gli italiani li chiamavano “blu jeans” e non semplicemente “jeans”. Era un giro di testa in blu con quantitativi di merce mai visti, posti in ordine, impilati per taglia e tipo. Dentro un jeans store si vedevano sfumature di blu e si percepiva quel profumo particolare mai avvertito nelle bottegucce dell’Est. Profumi e colori. Il mondo occidentale aveva tanti altri colori.»

«Cosa?!» esclama qualcuno del pubblico. Jana non si ferma e continua con la lettura-risposta.

«Eh sì, dentro la cortina esisteva solo la scala dei colori base. Il rosso, per esempio, era un unico rosso. Non rubino, ciclamino, bordeaux, porpora, cardinale, veneziano o ciliegia. Era un rosso sangue, infatti doveva rappresentare quello versato dai soldati per la libertà e dalla classe operaia per il governo. Così si era stabilito che il colore di base bastava, all’Est.

In Occidente, invece, anche le case erano colorate, non di quel grigio persistente e dovuto alla trascuratezza e al deposito delle polveri. Tante case con tanti colori diversi. Prati tagliati e i giardini in ordine, non quelli selvatici lasciati crescere come la gramigna, con qualche ritaglio di rami secchi e un rastrellamento sporadico delle foglie secche. Profumi sconosciuti, come quello di nuovo, del  pulito. Tutto aveva un sistema, non veniva lasciato al “basta così”. La merce era imballata, allegra, profumata e colorata di sfumature mai viste, forse in rare occasioni durante le lezioni di arte. Quando qualche studente osava con l’immaginazione e si buttava in miscele di colori azzardate, veniva naturalmente scoraggiato e consigliato di seguire la scala dei colori base.»

Tramite la lettura di Jana si arriva a capire la stranezza del suo abbigliamento. Ormai è chiaro che lei ha radici nell’Est o semplicemente i suoi parenti arrivano da là, infatti ha detto “me lo hanno raccontato”.

«Sì, dietro la cortina di ferro la vita era poco complicata, semplificata, si sosteneva.

Anche poco illuminata. Di sera le vetrine occidentali brillavano e mostravano la loro merce in tutta la sua bellezza. I cartelli pubblicitari invitavano a comprare, entrare, mangiare in un ristorante o andare in palestra, visitare un museo o una biblioteca, andare al cinema. Le strade non avevano coni di luce sparsi qua e là, erano veramente illuminate. Vedevi dove stavi andando, anche se non conoscevi la strada.

Tornare in quel buio est era come ricadere nell’ostruzionismo e in faccende poco chiare, con tante ombre. Molti si erano lasciati tentare dalla cosiddetta “cattiveria del capitalismo” rimanendo all’Ovest con la richiesta di asilo politico. Sapevano di essere condannati come disertori nel paese d’origine e procuravano così la malasorte ai parenti, che nel miglior caso si potevano dissociare dall’azzardato parente ed erano privati dal sogno di viaggiare. 

Qualcun altro ci ripensava, probabilmente spaesato e isolato nel paese scintillante, e tornava nell’Est da figlio smarrito. Qui, con un’autocritica pubblica, forniva una specie di spiegazione, il cedimento della ragione che per fortuna era ricomparsa. Questo ritrovamento era tollerato anche dopo un anno, ma per una mente abituata ad una “leggerezza dell’essere” non bastava neanche questo periodo per capire le differenze tra i due mondi.

Molti altri, invece, tornavano da cittadini modello allo scadere del permesso per viaggiare. Sfoggiati i jeans nuovi, raccontate tutte le avventure colorate, il personaggio se ne stava lì a rimuginare e a pensare se ne fosse valsa la pena di tornare. Certe volte il tempo guariva, magari un fidanzamento, ma altre volte non bastava rivendere tutta la merce trafugata dall’Ovest per smettere di sognarlo.

I propri jeans continuavano a ricordare l’Ovest, quello da vivere, quello dove emigrare, anche scappare, ma dove rimanere a vivere in libertà di movimento. Altri quattro anni? Un'altra fila, un altro salasso e via! Viaggiare e capire, via da questo college in blu.

Tornando ai jeans e al loro marchio stampato, chiaro e visibile sul didietro, non facevano altro che confermare il suo gregge. Dopo un po’ per le strade non si vedeva altro che blu jeans. Per quelle strade poco illuminate, tra case grigie e giardini trascurati, camminavano tanti jeans. Si sedevano sulle panchine, dentro i tramvai nella metropolitana. Pochi colori, poca musica, niente profumo. Ma… mentre si spostavano, viaggiando nei mezzi pubblici, la grande maggioranza dei proprietari di jeans stava in silenzio, perché nelle mani, o anche in una sola se l’altra era occupata a sorreggersi, si teneva un libro.

Un libro spesso ricoperto da fogli di giornale, ovviamente del potere, che con la loro prepotenza prodotta dal regime imboscavano le parole libere, quelle vietate, quelle che a differenza dei jeans si dovevano tenere nascoste.

Tanti viaggiatori se n’erano andati e in tanti continuavano a sognare l’Occidente per la libertà di poter leggere senza paura i libri vietati, leggere tutto e poter riuscire a capire e scegliere senza imposizioni.»

In un solo attimo Jana esce da dietro il leggio, sta già facendo il suo inchino finale, scoppia un applauso. Sul palcoscenico arriva un uomo, il rappresentante dell’associazione editori, che invita il pubblico a formulare delle domande. Si alza un ragazzo in prima fila.

«Mi scusi, io so che la cortina di ferro serrava le informazioni, ma esistevano anche le radio clandestine, no?»

«Sì, vero, ma quelle avevano la frequenza disturbata e i tempi di trasmissione limitati a non più di qualche ora, prevalentemente di notte. Mi creda era meglio un libro, per la maggiore prestato o consigliato da un amico, un po’come oggi con Facebook.»

Altra domanda dal pubblico.

«Ma tornando ai jeans, c’erano altri interessi per i souvenir?»   

«Non tanti, alla frontiera esisteva un rigidissimo controllo, i capi d’abbigliamento si mettevano addosso, si mischiavano con i propri nella valigia. Gli interessi delle donne si concentrano da sempre sulle scarpe e la cosmetica, gli uomini invece compravano whisky e sigarette. Un qualsiasi giornale, anche di moda, veniva comunque sequestrato.»

Si alzano diverse mani e il rappresentante di editoria sceglie un ragazzo al centro della sala.

«L’ho sentita anch’io la storia dell’invecchiamento dei jeans, ma cosa ci comunica questo comportamento oggi?».

«Che anche se una cosa è nuova non vuol dire che non sia più modificabile. Avere la volontà e a volte il coraggio di fare dei cambiamenti sul “già fatto” sbagliando pure, ma altre volte portando dei miglioramenti; ad ogni modo bisogna sempre andare avanti, non fermarsi.»

Il rappresentante dell’editoria indica con la sua mano: «Sì, lei in fondo.» Si alza una donna e chiede a Jana:

«Lei condivide “il buttare tutto il vecchio per far entrare il nuovo”?»

«Dipende da cosa si intende per “vecchio” e “nuovo”. Tutto va visto da diverse prospettive, penso io. Un uomo importante tanto tempo fa ha detto: “La cortina di ferro teneva la gente all'interno e l'informazione all'esterno.” Si tendeva a tenere la gente in una conoscenza controllata. Dopo la caduta del muro di Berlino si buttavano tante cose, sicuramente nella foga di volere un mondo nuovo, ma oggi le stesse cose si vendono come cimeli di grande valore. Come quel ponte della Firstpromotion, padroneggiando la conoscenza, si sostengono i ricordi, statue e naturalmente i libri. La cultura è una moneta non logorata dal tempo e da non buttare.»

Jana riceve un grande applauso, ringrazia tutti diverse volte: la Firstpromotion, l’associazione degli editori, la sua famiglia, gli amici, naturalmente il pubblico e infine la regista, augurandosi di non averle rovinato l’inquadratura.

Il rappresentante dell’associazione ringrazia Jana e invita tutti a seguire altri racconti concludendo definitivamente: «È sulle cose apparentemente insignificanti che si comprendono quelli grandi, comunque leggete, leggete, leggete, perché già un altro uomo nella storia ha sollecitato i suoi interlocutori con studiate, studiate, studiate!»